
"VEDO IL MIO CORPO..... E NON E' SEMPRE COME LO VORREI.."
INSODDISFAZIONE, "FISSE", CONDIZIONAMENTI
E DISTURBI ALIMENTARI
EVENTO FORMATIVO
Disturbi del Comportamento Alimentare e Obesità:
complicanze e comorbidità mediche e psichiatriche.
ECMModerne strategie di intervento e di prevenzione
Di Laura Dalla Ragione e Marta Scoppetta - Il Pensiero Scientifico Editore Maggio 2009Il 10 aprile
L’eziologia, comune alla maggior parte dei disturbi alimentari, e’ di norma considerata essere multifattoriale. Nessun singolo fattore a sé Stante può essere sufficiente a fare scatenare un dca; tuttavia che una persona sviluppi o meno un dca dipende dalla presenza di certe predisposizioni biologiche o dall’esposizione a particolari elementi di vulnerabilità.
Se si segue il filo dell’insorgenza e lo stabilirsi del dca si osserva che la combinazione fra elementi rischio e fattori protettivi può agire sia per mantenere la condizione di malattia che per determinare se un individuo recupera o meno.
Sebbene i dca si presentino prevalentemente nelle donne, gli uomini non sono rari. Lo stereotipo che il DCA sia una malattia femminile limita la comprensione della portata e della natura del problema che l’uomo con DCA deve affrontare.
Nelle donne è più decisivo il desiderio di essere magra per causare la “scontentezza” riguardo al corpo. Gli uomini invece hanno una maggiore “scontentezza” riguardo alla parte superiore del torso e sulla massa muscolare. Tra i maschi affetti da DCA la componente omosessuale è piuttosto consistente.
Il rischio per DCA è più elevato tra gli atleti che fanno agonismo che tra la popolazione generale della stessa età.
Le donne di sport competitivi dove è necessario/imposto un corpo magro (ginnaste, pattinaggio figurato, corsa, danza) sono specialmente a rischio. Gli uomini in sport come body-building sono a più alto rischio di DCA.
I genitori e gli allenatori per portare l’atleta ad essere più competitivo potrebbero incoraggiarne sia una distorta forma che un’errata attitudine nel mangiare.
Ma lo sport può dare anche fattori di protezione; infatti il praticare sport può proteggere dall’avere DCA se lo si fa in modo sensibile e da cui deriva un appropriato orgoglio e autostima per le conquiste fatte.
Infine sebbene l’esordio di un DCA sia di solito tra l’adolescenza e durante gli anni 20, sono stati osservati casi con esordio ben precedente (bambini piccoli o piccolissimi) o (anche molto) più tardivo (oltre i 50 anni).
In rari casi eventi avversi della vita (una morte, una crisi matrimoniale o un divorzio) possono scatenare antichi disturbi.
La paura di invecchiare sembra essere il fattore precipitante in questi pazienti.
E’ chiaro che per comprendere e curare bene tutte queste particolari patologie servono capacità e formazione adeguate.
Prendera' il via ad aprile il progetto "Le Buone pratiche dicura e la prevenzione sociale dei Disturbi del comportamento alimentare (DCA)". E' la prima volta che in Italia viene messo a punto un progetto nazionale di intervento preventivo e assistenziale (con uno stanziamento di circa 1 milione di euro) per fronteggiare l'emergenza sociale dell'anoressia, della bulimia e degli altri disturbi del comportamento alimentare che investono una percentuale crescente di italiani e che conoscono una loro preoccupante diffusione soprattutto tra le ragazze ed i ragazzi piu' giovani.
Il progetto sara' presentato lunedi' 3 Marzo, presso la sede del Ministero per le Politiche giovanili e le Attivita' sportive (POGAS) in Largo Chigi 19 (salone Monumentale, secondo piano). Il progetto e' stato elaborato sulla base del Protocollo di Intesa tra il Ministero per le Politiche giovanili e il Ministero della Salute e realizzato nell'ambito del programma "Guadagnare Salute".
Anoressie e bulimie conducono realmente al dimagrimento? Se si analizza la pratica compensativa più comune della bulimia, si scopre, invero, che essa allontana sempre più dal tanto ambito risultato di un corpo perfetto…
Contrariamente alle convinzioni di chi è affetto dalle diverse sindromi di Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA), il vomiting, tipico delle sindromi bulimiche, può causare veloci e ingenti danni ad un fisico sia tonico che allenato, sia esso da body building o anche da corsa e attività varie aerobiche. Avrei, per l’appunto, piacere di fare notare come la pratica stessa si auto-motivi, distruggendo la sodità muscolare e incentivando invece la presenza dell'adipe, frustrando quindi la condizione psicologica di chi “crede” di attuare la pratica per raggiungere un fisico adatto alle proprie aspettative. (C.A.)
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Il vomiting è una forma compensativa tipica delle patologie del comportamento alimentare con tratti misti anoressico-bulimici. Consiste nel rituale segreto del vomito (auto-indotto) dopo avere consumato un pasto. Si tratta di un tipo di anoressia mascherata, e sostanzialmente manifesta un simile disagio con un opposto rapporto con il cibo.
Il vomiting è una pratica che tende ad evolversi, trasformandosi da episodio eccezionale in pratica abituale (quasi di dipendenza); il meccanismo, che dovrebbe essere naturale e funzionale in determinati casi di sofferenza organica, viene talmente compromesso da arrivare al punto da produrre il vomiting con facilità. Per questo motivo, all'inizio il vomito è indotto e solo in momenti successivi diventa spontaneo.
Un elemento per distinguere una persona “vomitatrice” o potenziale, da una persona anoressica è il modo in cui parla del cibo. In generale la persona anoressica non ama parlare del cibo, è un argomento che tenta sempre di schivare perché le provoca disturbo psichico. Il cibo rappresenta per la persona anoressica qualcosa di negativo e non si soffermerà mai a parlarvi di quello che mangia, di come mangia, delle sue possibili preferenze culinarie, perché sono sempre sensazioni di disgusto. Nei casi più gravi la persona anoressica finisce ospedalizzata perché non riesce a consumare nemmeno il minimo indispensabile in termini di cibo, per garantire una condizione di vita appena sufficiente, sia dal punto di vista plastico, sia dal punto di vista energetico. La persona con sindrome da vomito, al contrario, vi parlerà del cibo come se parlasse di qualche cosa di molto piacevole, con gusto e non negherà di indicare quali sono i cibi che preferisce.
Dato il particolare tipo di rifiuto e di "segreto" tipico nelle pratiche anoressiche e di vomiting, è in genere più facile creare gruppi di auto-aiuto con soggetti bulimici che non con soggetti anoressici.
Questo gruppo può, in particolari condizioni, realizzarsi anche all’interno delle palestre di body building. L’idea di fisico muscoloso e particolarmente definito può affascinare chi ha elaborato una immagine di se iperattiva, forte, diversa e nel contempo ridotta ai minimi termini. I minimi termini sono rappresentati in questo caso dalla “drammatica” definizione presentata dai body builders agonisti in stagione di competizione. Quando la definizione supera la comune decenza, sia in termini estetici che in contenuti salutistici e quando una comunità di ossessionati seleziona giudici nelle gare di body building che premiano tale condizione, esaltandola con aggettivi tipici di quegli ambienti: “squartato, scannato, senza pelle, tavola anatomica, etc.”, analizzando l’assioma: definizione esasperata (rappresentata da una percentuale lipidica ridotta oltre il fisiologico) = mangiare meno, tipico in molte diete pre-gara nel body building, si osserva come la patologia del vomiting nella forma bulimica acquisisce un valore, una collocazione e una identità. Infatti, entrambi i comportamenti raggiungono l’effetto di ridurre la quantità di cibo assorbibile per l’organismo. Mangio e sono contento – vomito e non assorbo nulla – non ingrasso – il grasso corporeo non potrà ricoprirmi – continuerò a definirmi sempre di più – sarò felice perché straordinariamente magro --> Dal punto di vista biologico, il sistema dimostra una intelligenza superiore al suo possessore e si adatta ad una situazione pericolosa avviando processi metabolici mirati, come vedremo in seguito.
In ambienti dove l’illusione si sostituisce alla realtà, gli aspetti degenerativi del body building facilmente si sovrappongono ai contenuti veri e più evoluti, sotto tutti i punti di vista. Il vomiting impedisce all’organismo di ricevere dal metabolismo intestinale tutti gli elementi indispensabili per la salute psicofisica e per la crescita muscolare. La salute occupa il primo posto nella frase e non è una scelta casuale. Solo un organismo sano può migliorare il proprio tono muscolare, ridurre la percentuale lipidica ed ottenere un corpo sano, vitale, armonico e definito. La specie umana si è evoluta cavalcando i millenni e adattandosi a brevi periodi di abbondanza, seguiti da lunghi periodi di carestia. In questo percorso, nonostante le condizioni di vita fossero molto difficili ed il tasso di mortalità particolarmente elevato, non ci siamo estinti. I nostri geni hanno “imparato” a ridurre la cilindrata del motore muscolare quando il rifornimento si fa più difficile. Come se una vettura, che per fare durare più tempo la sua riserva di energia (carburante), potesse passare da 2000 a 500 centimetri cubi di motore, se il tasso di benzinai sul percorso autostradale dovesse diradarsi particolarmente. A differenza del mezzo meccanico, la vettura umana, denominata macchina biologica, che si ferma in seguito non riparte e sopraggiunge la morte. La condizione di “pericolo” è letta dal nostro codice genetico come un vero e proprio allarme che avvia processi metabolici non reversibili in brevi periodi di tempo. L’imperativo in tali condizioni è: conserva più a lungo il reale magazzino di energia (grasso) e riduci la massa metabolicamente attiva che fa consumare calorie anche a riposo (muscoli). La pratica del vomiting per l’organismo, dal punto di vista fisiologico, equivale quasi all’assenza di cibo (diversamente da quanto ritenuto, con la pratica i grassi vengono velocemente assorbiti) e avvia tutti i processi di adattamento tipici delle situazioni di pericolo. Sebbene in una vita sia possibile modificare con allenamento e dieta la composizione corporea e di conseguenza la forza e la prestanza fisica dal punto di vista estetico, gli adeguamenti di carattere genetico sono secolari e necessitano di più vite. Ogni organismo nasce, cresce e muore, il genoma transita da un corpo all’altro adattandosi all’ambiente e alle condizioni mutevoli dell’ambiente. Il passaggio tra le vite costituisce la sua immortalità, finché sopravvive la specie. Anche se le condizioni di vita nella società industrializzata consentono di consumare sempre e comunque i pasti canonici giornalieri (colazione, pranzo e cena), in un passato prossimo e remoto questo non è stato possibile. I nostri geni non sono mutati nell’ultimo secolo ed il nostro organismo si comporta esattamente come quello dei nostri antenati. In condizioni estreme, conserva il tessuto lipidico e si sforza di utilizzare le proteine muscolari a scopo energetico. Questo si traduce in un corpo emaciato, debole, scarico, con scarsa vitalità e flaccido. Come nelle diete bislacche (pochi carboidrati e tante proteine, etc.), le forme di vomiting favoriscono lo squilibrio nutrizionale con tutte le conseguenze connesse: fisiche e psicologiche (lo stato psicologico è direttamente influenzato da una cattiva alimentazione, che favorisce l’insorgenza dei cicli depressivi).
Dal punto di vista psicologico, l’immagine ricercata si allontana progressivamente dalla realtà, lasciando una profonda frustrazione ed evocando sentimenti di inadeguatezza e di rifiuto, molto simili a quelli che in origine, probabilmente, hanno concorso a creare la componente traumatica della patologia. In queste situazioni è importante riuscire a comprendere come una immagine altro non sia che una illusione che come un miraggio altera la realtà e allontana l’individuo dalla sua identità.
Senza un percorso che aiuti il paziente ad ottenere un radicamento con la terra e con la realtà, egli creerà altri miraggi con l’obiettivo di spostare l’attenzione dal reale problema, se stesso.
Attraverso questo angolo di visione, il vomiting nella forma bulimica presenta un parallelismo con le diete stravaganti e con l’uso sconsiderato di farmaci e/o integratori nel body building, purtroppo abitudine diffusa in particolari ambienti ad atmosfera culturale rarefatta. Se il risultato di un comportamento non è soddisfacente sarà possibile scaricare la “colpa” su qualcosa di estraneo da se. Ma nella realtà, questa tendenza alla deresponsabilizzazione a tutti i costi evidenzia una patologia che rinnega la aderenza con il reale, per rifugiarsi in una illusione. Il rapporto di continuità con tale comportamento caratterizza il tratto della nevrosi che imprigiona la naturale evoluzione del pensiero e del comportamento. Come la puntina di un giradischi “salta” dove il solco del disco è “ferito” e riproduce sempre le stesse note, così la vita del paziente non riesce ad andare avanti evolvendo la musica della sua vita e offrendo armonia alla sua esistenza. Occorre un percorso che consenta di imparare a spostare con delicatezza la puntina del giradischi, superare la ferita e permettere alla musica di poter continuare, superando il sussulto, con l’armonia che gli appartiene. Come il disco potrà riprodurre la sua melodia solo accettando la sua imperfezione, così la vita potrà arricchirsi di armonia e verità solo dopo aver trovato, compreso e accettato l’imperfezione di se e che, peraltro, è tipica degli esseri umani.
Di Cosimo Aruta
(fonte: Redacon – Il Mondo Dentro)
intervento tenuto il 23 ottobre 2007 alle Magistrali “M.di Canossa” di Reggio Emilia
I termini del problema
Auspico che questa sera si possa fare una riflessione, una camminata, un pic-colo percorso di salute, di comprensione e di avvicinamento al dolore ed alla soffe-renza che colpiscono molte ragazze ed anche qualche ragazzo. Perché ci porti poi ad avere maggiore sicurezza interna cioè maggiore possibilità di decodificare e in qualche modo quindi comprendere e accogliere che cosa succede nella mente e nel comportamento di un numero purtroppo rilevante di giovani che vivono nelle nostre scuole. Giovani, ma non solo. Anche chi non è più tanto giovane può essere interes-sato perché i problemi di cui ci occupiamo insorgono più frequentemente nell’adolescenza e nella prima giovinezza, ma in alcuni casi hanno anche degli esor-di più tardivi, emergono anche in gioventù centrale, verso i 30-32 anni.
Questo tipo di problematiche hanno anche il difetto di potersi incistare nella mente, radicare, diventare fissazione nella mente delle persone e non spegnersi. Si vede quindi come ci possono essere delle persone che sono affette da disturbi dell’alimentazione da decenni e che perciò hanno largamente intaccato la qualità del-la loro vita, mortificando il proprio corpo, mortificando le proprie relazioni e anche mu-tilando le opportunità delle persone che attorno a loro vivono.
Non va trascurato infatti che l’insorgenza così precoce, frequentemente collo-cabile agli esordi dell’adolescenza, non può non coinvolgere pesantemente il gruppo familiare. È impossibile vedere nascere una patologia di questo genere e trovare dei genitori distratti che non si colpevolizzano. I genitori partecipano a questa sofferenza e si sentono travolgere da questa sofferenza. Si sentono annichiliti e molte volte im-potenti. Ed in effetti è molto difficile riuscire ad avvicinare questi problemi, occorre molta attenzione e molta delicatezza. Quella che speriamo questa sera di riuscire a mettere un po’ assieme ed uscire con qualche sicurezza in più e quindi dare un con-tributo a proteggere i nostri giovani dall’assalto dei disturbi dell’alimentazione, che sono tanti.
Collochiamo i disturbi dell’alimentazione su una linea
A parlare dei disturbi dell’alimentazione in senso lato si rischia di parlarne in modo improprio nel senso che li potete mettere tutti quanti su una linea che potete immaginare davanti ai vostri occhi, dove ad uno degli estremi mettete l’estremo più simbolico dei disturbi alimentari. Cioè quella tal condizione per cui la persona arriva a rifiutare di alimentarsi e davanti a qualsiasi evenienza a qualsiasi suggerimento, davanti a qualsiasi spontanea spinta: “Vedi come sei magra, mangia un po’”, non otte-niamo altro che l’effetto opposto.
Dire alla persona di questa natura: “Mangia un po’”, che è l’istinto che viene a tutte le più care amiche quando vedono una persona così afflitta e così smagrita, e-quivale a sentirsi contro-sprezzantemente giudicate: “Tu ti permetti di dare un giudi-zio!? Tu non capisci niente. Io sono troppo grassa invece. E se tu mi dici mangia un po’ tu sei peggio del peggior diavolo e nemico e vuoi la mia rovina e il mio disastro. Ergo, vattene lontano da me”. E allora è chiaro che una mamma che dice: “Mangia un po’” alla figlia che è così smagrita e si sente dire: “Tu non capisci niente, vattene” non può che essere disorientata: “Ma come è palese che sei magrissima!” e nello stesso tempo sentirsi rifiutata è qualcosa che spezza drammaticamente il cuore.
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